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La sindrome Valpreda

  • Gianni Spartà
  • 29/10/2026
  • 0

Scontri a Milano

Il Movimento Studentesco arruolava i suoi followers con i volantini nell’atrio della Università Statale, poi il verbo della protesta s’estese alle fabbriche e l’utopia della guerra contro lo “stato imperialista delle multinazionali” finì (male) quando un vecchio fotografo immortalò quel giovane con passamontagna che prendeva la mira in una strada di Milano impugnando a due mani una P38.  Oggi basta postare le convocazioni sui social e migliaia di ragazzi scendono in piazza. Spiccano campioni della pedata alle vetrine e del furto di capi griffati da vendere nella confusione di un raduno. Non sono saldi proletari, ma figure da accattoni. Brutta storia lo show di sfondatori e mariuoli: uno schiaffo sulla faccia di manifestanti pacifici, magari ingenui, alcuni accompagnati dai genitori che fanno barriera davanti ai poliziotti anti-sommossa. Subito individuato l’agitatore, un professorino informatico, italiano di origini africane, che pare il Valpreda del momento: intanto fermiamo lui. Legittimo, inappuntabile. Fosse avvenuto non presto, ma prima, si sarebbero salvati la capra dell’Intelligence e i cavoli dei commercianti danneggiati. A tutti è chiaro, però, che i rivoltosi di terza generazione non si fermeranno: a Parigi, Madrid, Atene, Tirana, persino a Katmandu, non si respira infatti aria di distensione. Qualche segnale: a Belgrado il partito degli studenti si è tolto dalle scatole il satrapello serbo, andando a votargli contro. Ma guarda! E intanto si capisce che il risveglio di giovani precari non è necessariamente odio verso chi governa da quattro anni in Italia, ma disagio universale con radici lontane: si è rotto di nuovo un ordine che pareva consolidato. Decreti legge a macchinetta e mobilitazione di parà non cureranno la piaga. Che esiste, se un posato ministro dell’Economia vede “nuvoloni” dicendolo a dodici parlamentari che sono andati ad ascoltarlo in un’aula vuota. La storia è maestra, buona non cattiva, e pare inutile querelarla dal secondo scranno della Repubblica. Bisogna considerarla con le sue abissali differenze. Chi c’era negli anni ‘70 se li ricorda i barbuti Capanna e Cafiero che comandavano alla Statale. Lanci di cubetti di porfido contro fumogeni scagliati dai celerini ai quali un questore aveva intimato la carica. Poteva scapparci il morto, ci è scappato troppe volte. Vetrine infrante? Sì anche allora. Si lagnavano i colpiti? Certo che sì. E le purghe dentro gli atenei venivano somministrate sotto forma di sequestro a docenti che sul libretto degli esami segnavano anche voti insufficienti (sotto quota diciotto) rovinando la media a malcapitati studenti. Cambiò qualcosa: sparirono i quindici in Diritto privato, tormentone di chi studiava Legge. Insomma il Movimento studentesco contestava l’autoritarismo dei professori, la scuola classista, la società dei consumi, la guerra in Vietnam e le gerarchie tradizionali. C’erano ideologie marxiste, assemblee, organizzazioni, tentativi di costruire un’alternativa sociale. Si prendeva di mira il potere, agitando bandiere di partito, mentre oggi si denuncia impotenza. Non c’è voglia di rivoluzione sotto bandiere riconoscibili. C’è sfida anonima, senza progetto e dunque priva di ragionevoli speranze.  Nel post Sessantotto il bersaglio era la politica. Oggi no o molto di meno: i giovani non mettono la loro rabbia nelle mani di qualche leader. Chinano il capo sul video di un telefonino e aspettano un segnale da qualsiasi parte esso arrivi. Può essere un esponente Pro-Pal o il capo di movimenti antagonisti metropolitani. Captata la chiamata con luogo e orario del meeting, si parte all’avventura. E questo sembra il fattore più delicato perché i social consentono di convocare persone, diffondere immagini, imitare o suggerire comportamenti, trasformare un episodio locale in un fenomeno nazionale. Il paradosso: sentirsi potentissimi nel farsi vedere, debolissimi nel farsi rappresentare. Poi c’è il tema di sicura presa sulla gente: la violenza fine a sé stessa, non utilizzata, in ogni caso sbagliando, per cambiare il mondo. Infrangere una vetrina, incendiare un cassonetto, ferire poliziotti, riprendere tutto con il telefono e ottenere che cosa? Visibilità. Per i rivoltosi e per il governo che manda a Milano la Folgore. Eh sì, la storia si ripete con le sue contraddizioni. Aver indossato l’eskimo nelle battaglie sessantottine e ritrovarsi maestri di pensiero nelle tv del Cavaliere. Trent’anni dopo. Ma questa è un’altra storia. O forse sempre la stessa.  

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