Mamma coraggio
- Gianni Spartà
- 18/10/2026
- 0
Illusa dalla giustizia
Sopravvivere quarant’anni a una figlia è un tormento. Se poi quella figlia è stata uccisa con ventinove coltellate insospettabili o insospettate, il tormento diventa supplizio. E se per tre volte la giustizia ti ha illuso, segnalandoti l’assassinio, addirittura condannandolo all’ergastolo e poi doverlo assolvere, siamo alla tortura del corpo e della mente, al peggiore dei mali inflitto a un essere umano. Paola Macchi, la mamma di Lidia, ha sopportato tutto ciò con una compostezza che per chi crede, e lei credeva moltissimo, è forza di fede, per chi è agnostico, predisposizione genetica. Una sola volta dalla sua bocca sono uscite parole assimilabili a una rivendicazione, come se si fosse lasciata andare: “Il risarcimento del danno lo Stato dovrebbe riconoscerlo a me”. Si riferiva, senza citarlo, a Stefano Binda che, innocente per la legge, chiedeva conto dei tre anni e mezzo di ingiusta custodia cautelare. E a lei? A quella donna esile e mite che solo assistendo ai processi ha saputo che cosa subì Lidia in una “notte di gelo”? A lei che, essendo morto papà Giorgio ha dovuto autorizzare la discutibile esumazione della salma dopo 30 anni? Che cosa dovevano trovare i periti in quel mucchietto di ossa e polvere? A lei, insomma, quale indennizzo sarebbe toccato per tutte queste sofferenze, mortificazioni, tradimenti? Ma Paola non pensava più a queste cose negli ultimi tempi: pregava, ascoltava la messa in tv, vedeva qualche amica, mandava saluti a quanti le erano vicina e col pensiero e l’affetto. Da mesi in medici sapevano che c’era poco da fare contro la malattia, e lei il medico ce l’aveva in casa, Alberto, il fratellino coccolato dalle sorelle più grandi, Lidia e Stefania. “Aspetto di rivedere Lidia”, diceva. “Solo lei può sapere chi l’ha uccisa e perché. Me lo dirà, magari, lo ha già detto a Giorgio”. Papà Macchi è stato presente sui giornali, in tv dopo aver metabolizzato la fine di quella figlia che era religiosa senza essere bigotta, che viveva di università e Comunione e Liberazione, che tutto poteva immaginare tranne di essere uccisa da qualcuno del suo giro. Paola stava sempre un passo indietro e il marito dopo la morte di Ldia aveva avuto una sorta di conversione. Dapprima scettico verso CL, si era poi fatto prendere dai suoi valori. Andava a incontrare in tutta Italia persone che avendo perso un figlio, dovevano essere instradate, seguite, era diventato un’altra persona. E in quegli anni il sospettato d’aver ucciso Lidia era un prete che non c’entrava niente. Poi Giorgio ebbe un ictus, dovette ritirarsi. Non c’era più quando improvvisamente l’inchiesta si riaccese tra il 2014 e il 2016 prima indagando per il delitto di Cittiglio un serial killer che aveva mozzato le mani a un’amica, poi arrestando niente meno che un compagno di scuola della ragazza, ciellino come lei. E in questa fase cruciale, finita sotto i riflettori della cronaca, non come il pasticciaccio brutto di Garlasco, ma come l’inquietante segreto di Varese, in questi momenti di aceto sulle piaghe, Paola Macchi è rimasta fisicamente sola, spiritualmente sempre in compagnia di Lidia. La ricordo seduta in seconda fila nell’aula bunker di Varese, al processo di primo grado. Davanti c’era la pm Gemma Gualdi, sugli scranni della corte d’assise la giuria popolare e il presidente Orazio Muscato. Ma Paola non guardava i giudici, non guardava gli avvocati, i carabinieri, i cancellieri. Non guardava nemmeno quell’uomo alla sbarra, Stefano Binda, e lui non guardava lei. Sì Stefano, il ragazzo che era andato a portare le condoglianze alla famiglia Macchi nella casa di via Ciro Menotti a Casbeno dopo i funerali sotto la neve in basilica. Nove gennaio 1987. Paola non spostava gli occhi da una foto di Lidia che ha tenuto le mani per tutto il processo. Non una foto qualsiasi ma quella diventata icona mediatica del caso Macchi: di mezzo profilo, i capelli mossi, il sorriso lieve, già non più da ragazza. Quarant’anni di verità impossibili.