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Donne non reperti

  • Gianni Spartà
  • 23/10/2026
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Lidia e Chiara nell’oltretomba

Avanzano cantando in coro il Miserere a versetti alternati. Non trovano pace, non hanno avuto giustizia sulla terra, sono i “morti per forza”: persone uccise con atrocità e tormentate, arrabbiate perché vivi le maltrattano. Loro ricordano tutto: il momento esatto della morte violenta, il sangue versato, il luogo in cui il corpo è rimasto in una stanza, in un bosco, straziato, abbandonato. Siamo nell’Antipurgatorio, canto V della Commedia, una sorta di sala d’attesa affollata soprattutto da anime femminili.  Lì Dante colloca queste creature, lì oggi incontrerebbe, tra tante altre, Lidia Macchi e Chiara Poggi, due vite spezzate, due famiglie costrette a convivere con domande perché le risposte uscite dai tribunali sono state deludenti, contraddittorie, sbagliate. Che cosa direbbero le due donne al Poeta se potessero avvicinarlo? Come racconterebbero il dolore di sentirsi considerate non persone ma reperti, non vittime ma cavie in una sarabanda mediatica e giudiziaria di provette, scartoffie, interviste, processi che prima affermano poi negano o mettono in dubbio? Lo spettacolo oscura i sentimenti. E accredita l’illusione di risolvere casi d’omicidio in un laboratorio dopo un test genetico, non nella stanza di una questura dopo un interrogatorio. Allora serve la metafora dell’Antipurgatorio per immaginare un dialogo. Nel luogo non ci sono telecamere, plastici, impronte da ingrandire, numeri di scarpe. Le due ragazze, che hanno studiato Dante al liceo, cominciano a parlare come se quel visitatore vivo tra i “morti per forza” potesse ascoltarle e portare messaggi sulla Terra. Rompe il silenzio LIDIA che nei giorni scorsi ha riabbracciato mamma Paola. “Ma è possibile che laggiù abbiano ancora bisogno di parlare di noi e in quei modi asettici, dispregiativi, incuranti di quello che siano state, di che cosa abbiamo patito? Per me sono passati 40 anni. Avevo un fratellino Alberto che adesso è medico e una sorella minore, Stefania. Hanno tanti figli. C’erano ancora mio padre e mia madre. Lui è morto da tempo, lei ha avuto in sorte di assistere al peggio. L’ha salvata la fede”. CHIARA: “Non parlano di noi, Lidia, ma dei nostri casi e lo fanno con un linguaggio intollerabile. Eravamo ragazze, avevamo una vita, delle abitudini, persone che amavamo. Nei processi siamo diventate tracce biologiche, reperti, provette. Ho l’impressione che ci abbiano rimosso come essere umani. Quando l’inchiesta su di te era ancora senza imputati, tua madre disse che la mia era stata più fortunata: aveva visto in faccia il mio assassino dietro le sbarre. Guarda che cosa è successo…” LIDIA: “Poi ha visto qualcuno anche la mia: condannato all’ergastolo, è stato assolto definitivamente in Cassazione. Non era lui. La giustizia ha dovuto riconoscere d’ aver sbagliato. Ma chi restituisce a noi, a me, a te, una verità che non sia soltanto il testo di una sentenza?” CHIARA: “Ecco il punto. Un verdetto dovrebbe chiudere una porta, non spalancare un corridoio infinito. Una condanna definitiva non ha impedito che il delitto di Garlasco tornasse al centro della scena, con nuove indagini, nuove ipotesi e nuove domande. Ogni volta che si ricomincia, il Paese si divide di nuovo. E noi non abbiamo pace”.  Il Dna non è Dio LIDIA: “Dicono che la scienza ha aperto nuovi orizzonti nelle investigazioni. Che basta una traccia, una cellula, un capello per incastrare un assassino con la genetica. Ma il Dna non è Dio”. CHIARA: “Il Dna può parlare, sì. Però non racconta tutta la storia. Può identificare una persona, stabilire compatibilità, trasformare un sospetto in una prova. Bisogna capire come è stata raccolta questa prova e quando. Io sono stata uccisa il 20 agosto 2007 e sembrava tutto risolto”. LIDIA: “Alla mia famiglia hanno detto che era stato un prete, poi un serial killer, infine un mio compagno di liceo, ciellino come me. Dunque il Dna è potente, non onnisciente”.  CHIARA: “Esatto. Un profilo genetico non sostituisce la ricostruzione del delitto né dimostra automaticamente come, quando, perché e dove una persona è stata ammazzata. Tu eri credente, religiosa, non bigotta. Abbiamo provato entrambe le emozioni della nostra età. Siamo state tradite, uccise con ferocia”. LIDIA: “Quando ero viva scrivevo che nemmeno il dolore più atroce è privo di senso. In questi quarant’anni sono accaduti prodigi: miei amici hanno iniziato percorsi di spiritualità, qualcuno è entrato in seminario, mio padre, che in famiglia era quello scettico, ha girato l’Italia e anche la Svizzera per incontrare persone che avevano perso un figlio e c’è una fondazione umanitaria che porta il mio nome in Uganda. Anche tra gli investigatori qualcuno ha cambiato, se non vita, prospettiva. Io ovviamente non c’entro, comunque non mi attribuiscono meriti. Ribadisco che anche la tragedia ha un senso e lascia un segno”  CHIARA: “Già, di queste cose bisognerebbe parlare. La mia esistenza è stata vivisezionata per amore di scoop da quando si è aperta la seconda fase giudiziaria, la mia famiglia si è ritrovata nel vortice del pettegolezzo amplificato dai talkshow televisivi. Su ogni canale si sproloquia di Garlasco. Da quasi un anno. Quante carriere e quanti guadagni sulla nostra pelle. Fine accanimento mediatico mai. Anche questo è un ergastolo”. LIDIA «Il guaio è che il processo mediatico non ha le stesse regole del processo giudiziario. In televisione si può insinuare, ripetere, suggerire. La mattina dopo, la possibilità diventa certezza. E quella certezza entra nelle case, si diffonde sui social”. CHIARA “I miei gestori restano fermi alla sentenza contro colui che fu processato, condannato e ha scontato la pena. E’ un atteggiamento giusto e rispettoso dei tribunali. Ma qui vedo ombre anche sui Ris, una icona nazionale, e hanno sospettato di corruzione un ex procuratore…”.   LIDIA “Il pubblico vuole sapere chi è stato. È comprensibile. Ma chiede anche qualcosa di più semplice e rassicurante: una storia che fili dall’inizio alla fine”. CHIARA “Noi siamo state uccise una prima volta da chi ci ha tolto la vita. La seconda quando il nostro nome è diventato un titolo ricorrente, il dolore delle nostre famiglie una discussione, la nostra morte un’occasione per dimostrare che qualcuno aveva ragione fin dall’inizio. In ogni caso non possiamo pretendere che gli uomini smettano di cercare la verità”. Il silenzio torna in questa balza dell’Oltretomba.  E’ diverso rispetto a quello di prima. Ora diffonde l’eco di parole immaginarie ma coerenti. E struggenti.

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