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Ingegnere e galantuomo

  • Gianni Spartà
  • 12/10/2026
  • 0

Addio a Giorgio Brazzelli

Quando se ne va un ingegnere che ha amministrato la Piaggio, l’Agusta, all’Aermacchi, i salotti buoni dell’industria aeronautica del Novecento, si dice addio a un pezzo di storia nazionale. E questo è certificato da un elenco di date rintracciabili sui libri. Ma quando si pensa all’uomo, indipendentemente da ciò che ha rappresentato, allora viene fuori il ritratto più autentico. E la descrizione dell’uomo Giorgio Brazzelli, scomparso tre giorni prima del suo ottantasettesimo compleanno, coincide con i ricordi di quanti gli hanno lavorato accanto. Cordiale, vivace, ironico, era consapevole che quando si è al vertice di un’azienda strategica, come è una fabbrica di aerei per lo più militari, è buona prassi coinvolgere la base, renderla immune dal chiacchiericcio, spesso interessato, informarla bene e subito. Avveniva solitamente prima di Natale, quando l’amministratore delegato succeduto al gigante Ermanno Bazzocchi, radunava in un hangar operai, tecnici, impiegati e spiegava che cosa dovevano aspettarsi. A volte buone notizie, altre volte brutte, nei primi anni ’90 pessime. Varese provincia del volo doveva accorciare di qualche metro le sue ali. Bisognava aprire uno stato di crisi e procedere a tagli di personale. La caduta del muro di Berlino archiviava la Guerra Fredda, le commesse militari subivano ridimensionamenti inevitabili. La parola d’ordine era: ristrutturare. Subito una dose da cavallo: svariate centinaia di pre-pensionamenti, cassa integrazione, altri ammortizzatori fino a quando, raggiunto un equilibrio, non si sarebbero trovate alternative nel comparto civile. Cosa che avvenne: la Macchi sottoscrisse patti con la Boeing per costruire “gondole”, vale a dire le coperture d’acciaio dei grossi motori dei jumbo. Ma l’immediato era un impasto di lacrime e sangue: saltarono complessivamente millecinquecento posti di lavoro e lo storico capo del personale Giuseppe Monzoni trangugiava amaro: “Mi tocca licenziare gente che ho assunto. Un disastro”. Negli anni di Brazzelli all’Aermacchi avvenne il passaggio a Finmeccanica del pacchetto azionario detenuto dalla famiglia Foresio e si materializzò l’acquisto di Siai-Marchetti a Sesto Calende. Nello stesso periodo a Cascina Costa Amedeo Caporaletti e Giuseppe Orsi salvavano dalla bancarotta Agusta Elicotteri, letteralmente spolpata dalle allegre gestioni parastatali tesserate Psi. Fu strategica la jointventure con la britannica Westland e la corazzata Leonardo di oggi ebbe buon gioco a ritrovarsi nel portafoglio aziende risanate e competitive. Brazzelli ha avuto in sorte d’abitare a Varese in un condominio con vista sulla vecchia Aermacchi di via Sanvito. Un ricordo personale: sotto la sua gestione, una nebbiosa sera d’ottobre di metà anni ’90 atterrò sulla pista di Venegono un velivolo russo scatenando perplessità e ironie. Gli operai scuotevano la testa: “Non costruiremo mai più un aereo tutto intero, ormai siamo dei terzisti”. Marca Yakolev, codice 130, tecnologicamente superato, che cosa poteva farsene di quel relitto d’epoca un’azienda occidentale all’avanguardia nel ramo addestratori? Ma il brutto anatroccolo s’è trasformato in principe. Ribattezzato “346”, avionica digitale, presentato nel 2004 al premier Silvio Berlusconi, il “risorto” è l’erede designato del “339”, l’aereo sul quale da 30 anni volano le Frecce Tricolori.  

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Giorgio Brazzelli Leonardo Aermacchi

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