Magia della materia
- Gianni Spartà
- 01/08/2026
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Paolo Borghi figlio di un altro tempo
“Vite Sospese, voglio chiamarle così”, diceva Paolo Borghi, finendo di modellare due figure, un uomo e una donna, che sporgevano da una d’acciaio alta più di due metri. “Vite sospese senza con questo imporre un significato preciso, una narrazione. Ciascuno le interpreti secondo la propria sensibilità”, spiegava. L’artista era nella sua officina di Malnate la fine di luglio del 2024. Maneggiava scalpelli e fiamma ossidrica attorno all’opera che oggi troneggia nel piazzale all’ingresso dell’ospedale di Circolo e sapeva a che cosa avrebbero pensato pazienti, medici e infermieri guardandola: ai mesi terribili del Covid quando la sospensione tra la vita e la morte, tra la luce e il buio era la situazione di centinaia di ricoverati. Ma lui andava oltre, non restringeva il campo, lo allargava con la magia che prende uno scultore ogni qualvolta comincia a forgiare la materia. Ci restano due sentimenti: la gratitudine perché “Vite Sospese” è stato un dono alla comunità e il rimpianto per la scarsa attenzione prestata in patria a un profeta della bellezza presente con suoi lavori in mezzo mondo. “Caro Paolo, nelle nostra casa hai portato una luce che non si spegnerà mai”, ha scritto da Parma Luca Barilla, erede della monarchia della pasta italiana. Guardo Paolo Borghi in una vecchia fotografia in bianco e nero, sbucata da un archivio: avrà avuto venticinque anni, capelli lunghi, l’aria dello spirito libero, la vocazione del bohémien stampata nello scuro della barba. Il figlio di un altro tempo. C’era ancora suo padre Stanislao, grande cesellatore di calici e di ostensori che sarebbero finite nelle mani di papi e cardinali, e la premiata bottega di Malnate si apprestava a diventare una scuola di famiglia. Tutti i figli lì a ricamare metalli preziosi, a volte a ricavarne volumi in rilievo. Che a Paolo sarebbe andata stretta quella casa-laboratorio, mai rinnegata, anzi considerata fonte di conoscenza ineguagliabile, si vide subito. Lo vide Stanislao soprattutto, senza sollevare la schiena che in tante immagini lo ritrae curvo sul pezzo. Gli bastò un’occhiata dal basso in alto. E in quel momento di può collocare il via libera genitoriale alla carriera del generato. A diciassette anni quel ragazzo di paese era in Ecuador, nella cattedrale di Esmeralda, a edificare un monumentale Cristo Re di bronzo alto sei metri, 1965. Ma se gli chiedevate come si passa dal cesello infinitesimale a un monumento gigantesco, lui rispondeva che tra il piccolo e il grande non c’è nessuna differenza. La sensibilità dell’artista è la stessa, la mano felice pure. «Ah, spiegare le statue, meglio farle», diceva l’artista rivelando la difficoltà di farsi capire con le parole, quando è più agevole dare voce alle opere. Il prodigio si è ripetuto tante volte nelle città in cui questo ragazzo che amava i Beatles e i Rolling Stones ha lasciato la sua impronta genetica. Penso al monumento all’emigrante, chiamato Ulisse, marmo, granito e acciaio assemblati in una statua che si erge nel Parco Primo Maggio di Malnate. E desta notevole emozione la Nike issata su un obelisco a Trieste vicino allo stadio intitolato a Nereo Rocco nel 1982, l’anno dei Mondiali di Paolo Rossi. Nike è una donna con la veste increspata dal vento di Trieste, la bora. Capelli svolazzanti, l’abito attraversato da onde d’aria che le scoprono le ginocchia. Un soffio di libertà. Dal cesello microscopico di Stanislao, all’aurea eroica delle statue del figlio. Un percorso ereditario da studiare per chi ne avesse la passione. La prova, osservando il passaggio del testimone di famiglia, che l’arte è anche una questione di sangue. Nella foto Paolo Borghi con Marcello Morandini il giorno dell’inaugurazione delle Vite Sospese nel piazzale dell’ospedale di Circolo di Varese, 30 settembre 2024