Non moriremo democristiani
- Gianni Spartà
- 22/07/2026
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Il confronto
Niente da fare. Muro contro muro. Polarizzazione spietata e sgangherata. Sciacallaggio su episodi di cronaca. Nessuna remora a tirare in ballo magistrature, e questo è vezzo antico e trasversale, ma ora con la stessa leggerezza si stuzzica il magistero supremo del Colle. Lo Stato di diritto è in pericolo? Assolutamente no. E’ grande e vaccinato. Come l’America che sopravviverà al dirigismo bellico di Psyco Trump. Chi vuole scassare tutto qui in Italia si tolga dalla mente cattive idee: ogni vent’anni spunta il tribuno sanguigno, manovrato chissà da chi. Regolarmente esce di scena senza danni irreversibili per la democrazia. E provvisoriamente si rivela benefattore perché ha pescato rospi nella vasca dei mediocri e senza trasformarli in prìncipi, li ha resi celebri per una stagione. Se ne sono viste di tutti i colori in questo Paese: Brigate Rosse, stragismo neofascista, le Barbe finte dei Servizi segreti nei gangli vitali di inchieste giudiziarie e parlamentari su mafia e terrorismo con lo scopo di deviarle, piegarle a interessi opachi, addirittura lugubri. Siamo sopravvissuti alla P2, ai tentativi di golpe. E per colmo del paradosso speravamo di morire democristiani ma a quanto pare non ce la striamo facendo. Il motto originario era imperativo: non moriremo democristiani. Lo coniò un titolo del Manifesto nel 1983 quando i comunisti, secondo partito italiano, meditavano la ripresa dopo aver sfiorato il sorpasso. Poi è subentrata la paura generando una domanda: ma davvero moriremo democristiani? Adesso siamo al sogno sfumato. Ci toccano le caricature di quel partito che sapeva essere di centro, di destra, di sinistra, anche di sopra e di sotto al bisogno, ma lo faceva con dignità, mestiere, intelligenza politica. Tutto questo è venuto a mancare nella tarda Seconda Repubblica che della Prima è stata la brutta copia negli anni ’90, con rare eccezioni, e ora pare ridotta a brogliaccio. Che cosa avrebbe fatto la Democrazia Cristiana, che governava più o meno con i voti della Meloni, di fronte a un gioielliere condannato definitivamente per l’esecuzione di due rapinatori? E per i fatti di Bologna, l’extracomunitario morto nelle mani di poliziotti e operatori sanitari che lo immobilizzavano schiacciandolo faccia a terra? Negli anni caldi le redazioni dei giornali avevano un ufficio indignazioni. All’indomani di un “evento esecrabile”, partiti, sindacati, associazioni di categoria erano soliti emanare comunicati lunghi e indigesti. Ci voleva un cireneo che li accorciasse e a volte li traducesse in lingua italiana senza toccare le formule tipiche dell’epoca: bocce ferme, convergenze parallele (capolavoro di Aldo Moro), non possiamo escludere a priori, il potere logora chi non ce l’ha (premio alla carriera di Giulio Andreotti). Tornando al quesito, verosimilmente, la Prima Repubblica avrebbe 1) evitato dichiarazioni immediate a una sentenza della Cassazione; 2) affrontato il tema come questione di ordine pubblico e sicurezza senza personalizzare caso; 3) se fosse maturata l’idea di una grazia, la procedura sarebbe stata condotta con molta discrezione senza scavalcare il Colle; 4) i partiti avrebbero cercato una mediazione interna con i loro pontieri. Niente amnesie: ci sono sempre state polemiche anche aspre su giustizia e sicurezza, temi cari all’elettorato. Le differenze sono due: l’elettorato oggi è ridotto ai minimi termini numerici e proprio per questo il linguaggio dei leader si orienta alla comunicazione subitanea facendo largo uso dei social e insidiando, anziché proteggere, gli equilibri istituzionali. Così anche una tragedia diventa politica con minacce di candidature ad personam. Pensierino prima delle vacanze d’agosto durante le quali spuntavano i governi balneari, a volte innovativi. Per i sindaci delle città si procederà con lo stesso metodo del tutti contro?