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Lo specchietto retrovisore

  • Gianni Spartà
  • 28/08/2026
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Sindaco a Varese

Raimondo Fassa immagina un dialogo nell’alto dei cieli tra Umberto Bossi e Gianfranco Miglio: tema la rivoluzione federalista mai nata perché a un certo punto il discepolo liquidò il maestro definendolo scoreggia nello spazio. Silvestro Pascarella lancia la suggestione giornalistica di un ritorno di Attilio Fontana a Itaca con l’arco di comando: il tuono rompe l’afa di fine agosto. Chi scrive queste note, infine, forse suggestionato dalle suggestioni, registra la seguente visione notturna: Roberto Maroni e Attilio Fontana passeggiano sotto le finestre del duca d’Este la sera dell’eclisse di sole. Parlano del momentaccio della Lega, fanno congetture amare:  per venticinque anni Varese ombelico della politica nazionale, ministri, scorte, Rai, alleanze audaci anche e nei comuni, referendum sull’autonomia regionale. L’uomo solo al comando? Andava bene con Bossi, con Salvini siamo al disastro…I sogni finiscono all’alba e germogliano domande su questa voglia inconscia di guardare lo specchietto retrovisore anziché il parabrezza, viaggiando verso le elezioni amministrative. Succede, dicono gli psicologi, quando davanti c’è un muro di nebbia e dietro tutto sembra nitido, composto. Il passato è sempre un rettilineo, il presente un susseguirsi di tornanti. La politica aveva la capacità di raddrizzare le curve, a costo di inventarsi le convergenze parallele. Oggi viene in mente la differenza tra il matto e il nevrotico. Il primo dice che due più due fa cinque, il secondo risponde quattro ma ammetterlo gli dà un fastidio insopportabile. Il fastidio di aprirsi al nuovo, di capire che per cambiare non si possono fare sempre le stesse cose. La gente ha le tasche piene di sinistra e destra.Almeno nelle città, dove ci conosciamo tutti, vorrebbe potersi fidare di uno che sia trasparente e competente. In una parola: onesto. Come si fa a capire se lo è? Sentendolo parlare, leggendo quello che ha fatto, ma di suo, senza aiutini, nella vita. Salvo sorprese, funziona. Con gli ultimi due sindaci, Attilio Fontana e Davide Galimberti, ha funzionato: libere le rispettive tifoserie di fare confronti. Andiamo al dunque. Escluse fin qui alternative allo scontro duro,  sia nel centrodestra, sia nel centrosinistra i pretendenti sono almeno il doppio dei nomi usciti sui media e soprattutto sui social. I “voglio ma non posso” oscillano tra paure e pre-tattica. Su entrambi i fronti si osserva una tendenza ad appoggiare un civico, individuandone uno (o una) che vada a bene a quasi tutti. I candidati col marchio di partito  sulle spalle hanno il vento a sfavore. L’elettore comunale richiede persone che conoscano bene le città e abbiano visione amministrativa. Si rendano conto ad esempio, che la provincia di Varese al traguardo dei cento anni ha bisogno di una manutenzione straordinaria, cominciando, ovvio, da verifiche sul  ruolo di un capoluogo. Conta il peso specifico del numero di abitanti, conta saper adeguare il baricentro ai flussi di crescita e decrescita: in un secolo il territorio ha cambiato pelle, vocazioni, abitudini.  La novità nel centrodestra varesino è che per la prima volta dopo un quarto di secolo non è la Lega in crisi d’identità a guidare le danze dove è stata la padrona di casa indiscussa. Incontri e discussioni avvengono attorno agli ambienti di Forza Italia che a livello nazionale non è messa meglio dei cugini del Carroccio. Defilati fin qui i Fratelli d’Italia: basso profilo apparente nella scelta dei sindaci, in attesa di alzarlo, eccome, quando ci sarà da individuare il successore di Attilio di Fontana. Alla Meloni (e a La Russa) interessa più del premierato mettere la bandierina su Palazzo Lombardia. Anche nel centrosinistra situazione inedita: per la prima volta, immaginando una partita a carte, i panni del mazziere li indossa uno fuori gioco, il sindaco Davide Galimberti che non si può ricandidare. Tempi lunghi, si dice fine anno, per le nomination.

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Attilio Fontana Davide Galimberti

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