Due insegnamenti al volo
- Gianni Spartà
- 07/04/2026
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EasyJet a Malpensa da 20 anni
Nei vent’anni di matrimonio tra EasyJet e Malpensa si trovano utili insegnamenti da tramandare ai posteri. Innanzitutto si trova un trattato di sociologia su come i millenians hanno imparato a viaggiare in Europa usando gli aerei, spendendo poco, conoscendo molto, in qualche caso procurandosi un lavoro all’estero e amicizie importanti. Poi c’è la storia di come Alitalia, in concorso con le autorità aeronautiche dell’epoca, sabotò in tutti i modi negli anni ’90 il decollo del nuovo grande scalo lombardo. Non ci riuscì e finì per uccidere se stessa. Ma rovinosamente ci provò , regalando a Zurigo, Francoforte, Amsterdam migliaia di passeggeri che cambiarono compagnia e bandiera. In quel tempo chi da Milano doveva volare in America, in Asia, in Africa, aveva l’obbligo di fare scalo a Fiumicino dove si concentravano gli aerei e gli equipaggi negati visceralmente a Malpensa Duemila. Questo sistema, tenetevi forte, si chiamava Leonardo, ma nulla aveva di geniale tant’è che abortì. Era un perverso gioco dell’oca asservito al romanesimo di Alitalia che vedeva nell’hub del Nord una minaccia alle proprie clientele, ma anche alle abitudini di piloti, hostess, steward renitenti alla lontananza dalla capitale. Ogni giorno all’alba uno stormo di aerei faceva la spola tra Malpensa e Fiumicino. A bordo una minoranza sparuta di viaggiatori paganti, qualche parlamentare, e tanti uomini e donne della compagna di bandiera che rincasavano a Roma, a fine turno, o partivano per Milano dove li aspettava il deserto. Anni difficili, dispersione di risorse umane, derby demenziale tra aeroporti dello stesso Paese, il povero Leonardo che prestava il suo nome a un progetto senza capo né coda. Alitalia avrebbe dovuto fare altro. Ad esempio impadronirsi del terminal due di Malpensa, verniciarlo col tricolore, e trasformarlo nel primo riferimento dei voli interni, d’intesa con Linate. Nulla accadde di tutto ciò. et usando altre tinte, il bianco e l’arancione, e oggi, dopo vent’anni, essa è legittimata a sentirsi padrona di due passaporti, l’inglese e l’italiano. Sempre pieni i voli per le città del Sud, esercito di ragazzi con le cuffie nelle orecchie e lo zaino in spalla davanti ai televisori che elencano le partenze per Londra, Madrid, Parigi, ovviamente Ibizia e altre destinazioni amene. Tre aeromobili in servizio, un centinaio di dipendenti, undici rotte nel 2006, quando cominciò l’avventura. In quattro lustri investimenti e crescita fino a cinquantamila voli l’anno. Ma è significativa la presenza a Malpensa di un centro di addestramento EasyJet che forma e aggiorna migliaia di piloti. Chi ha fatto l’affare? Sicuramente la Sea, proprietaria dello scalo e dei suoi servizi: trentaduemila addetti tra Malpensa e Linate, più l’indotto. Ma non è stato meno lungimirante un vettore straniero che ha prodotto il massimo sforzo in Europa negli anni in cui i sudditi di sua maestà optavano per la Brexit. Se ne sono pentiti, stanno tornando indietro. Qualche considerazione di marketing territoriale. E’ cresciuta una città metropolitana attorno a Malpensa; se Varese e Busto perdono peso all’anagrafe, questa fetta di nordovest a cavallo di tre province e due regioni è sempre più attrattiva. C’entra la storia che ci assegna i primati dell’industria aeronautica nazionale? Sicuramente sì. Quanti progettisti geniali, quanti aviatori coraggiosi, quanta aristocrazia operaia attorno ad aerei ed elicotteri usciti da fabbriche che continuiamo a considerare “nostre”. Insomma un vero famedio che dovrebbe aprire gli occhi e il cuore a quanti, anziché l’orgoglio di appartenenza, usano la politica per battezzare con un nome e un cognome la grande Malpensa. Una volta tanto si provi a volare alto.