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Faso tuto mi

  • Gianni Spartà
  • 06/06/2026
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Sindaci civici

A ottant’anni dalla scelta repubblicana, l’Italia scopre sindaci che per essere eletti non devono avere addosso l’odore dei partiti. Paradosso inimmaginabile nel 1946. Liquidata una dittatura sanguinaria, evaporata una monarchia vile, la gente ebbe bisogno di guide per tornare a riveder le stelle. E le trovò affidandosi a chi sapeva spiegare le differenze tra il pensiero cattolico e quello socialista, tra il verbo liberale e la dottrina marxista. In qualche caso si materializzavano convergenze. Fu un corale esercizio di democrazia caratterizzato dall’utilizzo prudente della parola leader, almeno per un po’: il tempo di disintossicarsi dall’eloquio di tribuni sanguigni e uomini della provvidenza. Sicuramente tornavano a contare tessere e bandiere. Oggi fa rumore il caso Venezia. E non tanto per la doccia fredda piovuta sulla schiena della Schlein (se non voleva bagnarsi doveva saper governare la vittoria al referendum), quanto per l’exploit di un civico “faso-tuto- mi”, Simone Venturi, 38 anni, il più giovane sindaco nella città dei dogi. Avesse avuto tra i piedi padrini e padroni nazionali, sarebbero stati d’ostacolo alla sua marcia con a bordo strada parroci, scout, oratori, associazioni di volontariato, nonni, zie, amici al bar, tutti lì a votare per lui. Al netto di un sempre più pesante astensionismo. In ogni caso senza la lista civica del ragazzo lagunare i partiti del centrodestra si sarebbero arresi al ballottaggio. Che cosa significa oggi essere civico nel campo stretto delle elezioni comunali? Innanzitutto significa prendere atto di un grave stato di necessità per la sfiducia aggravata e continuata verso i partiti romani, larve rispetto a quando nacque la Repubblica. Conflitti ideologici senza ideologia, distanze dalla vita reale, promesse non mantenute, ingordigia di potere, bassa qualità del comparto, spingono chi ci crede ancora alla fuga solitaria, ma sapendo che il gruppo ce l’anno dietro, compatto. I partiti non lasceranno in pace il civico, anche se lo devono ringraziare come a Venezia.  Un tempo le segreterie designavano il candidato sindaco con largo anticipo, oggi non c’è più la corsa a questo genere di laticlavio: il governo di una comunità. Troppe grane. Se uno ha del suo, ci sta che rinunci. Se invece ritiene fondamentale il ruolo - che non è affatto secondario: un sindaco d’immagine vale più di un anonimo deputato- ci mette la faccia, confidando nelle proprie forze (carisma, empatia, pragmatismo, vicinanza al territorio). Dall’elezione diretta dei sindaci (anni ’90), le amministrative si giocano molto sulla persona. Conta meno il simbolo e di più il profilo individuale. Per questo anche candidati sostenuti dai partiti spesso evitano i loghi troppo visibili, costruiscono liste civiche, moderano il linguaggio ideologico, non credono sia un vantaggio la presenza di leader nazionali sul palco ai loro comizi. Insomma il “modello sindaco” incarna un presidenzialismo locale. Figure come Gabriele Albertini agli albori della Seconda Repubblica, Beppe Sala, Matteo Lepore, Luigi Brugnaro, hanno costruito consenso su uno stile amministrativo più che identitario. Poi c’è il fenomeno dei due De Luca, “don” Vincenzo a Salerno, “Gianburrasca” Cateno a Messina. Personaggi teatrali, la fortuna di Crozza. Uomini che non devono chiedere mai e quando chiedono ottengono, sfidando la grammatica istituzionale. L’idea implicita è: governare una città richiede mediazione e gestione concreta, non appiattimenti sulle correnti nazionali. Avviso ai naviganti: civico non significa sempre indipendente. Spesso il distacco dai leader romani è soprattutto comunicativo. Se questo è il quadro, che aria tira dalle nostre parti, Varese, Busto, Gallarate, tre città che l’anno prossimo andranno alle urne in un territorio non più feudo leghista? L’impressione è che il partito dei sindaci uscenti avrà un peso determinante in chiave civica. Nel capoluogo è più che probabile una Lista Galimberti, magari proprio così, perché le civiche possono utilizzare nomi propri; a Busto Arsizio Emanuele Antonelli potrebbe fare lo stesso non disperdendo il consenso accumulato in dieci anni alla guida del comune. E’ stato anche presidente della Provincia. A Gallarate sapremo che cosa faranno fare ad Andrea Cassani. Nella parata del 2 giugno ai Fori imperiali l’esercito dei sindaci italiani ha sfilato in formazione come fossero una brigata. Significa che la storia della Repubblica ottuagenaria riconosce alla loro missione un valore autenticamente costituzionale.

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Galimberti Antonelli Varese

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