E se fosse femmina?
- Gianni Spartà
- 21/02/2026
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Maria Teresa a Varese
Ho sognato Maria Teresa d’Austria in visita a Varese: era casa sua quando la città si dotò di un virtuoso catasto grazie agli Asburgo. Varcava solenne il portone di via Sacco, guardava commossa i Giardini del duca Francesco d’Este, amico di famiglia, lo lodava per aver replicato fogge e forme della reggia viennese di Schonbrunn. Un paggio le raccontava che in cima al parco c’era la statua di una donna in abiti romani che brandiva la spada a simboleggiare l’Unità d’Italia. L’hanno rimossa, se ne sono perse le tracce. Ma la sovrana non pareva dolersene: fosse per lei avremmo ancora il Lombardo-Veneto. Una lady di ferro nel palazzo municipale di Varese: cerco di spiegarmi la visione notturna. Donnismo, premonizione, utopia, trasfigurazione, che cosa mi è passato per la testa assopita? Giuro che al risveglio non ho pensato ai nomi femminili (una manager, una ex bersagliera) che girano sui social per il dopo Galimberti. Non si può scherzare col fantasma di un’imperatrice (nella foto la sua tomba). Ma se ne può rimanere suggestionati pensando che non solo nel capoluogo, anche a Gallarate e a Busto Arsizio, il trono comunale è storica riserva dei maschi, non tutti alfa. Nemmeno Google è in grado di dire quante sindache abbiamo dalle nostre parti: i dati non sono aggiornati. Un deciso cambio di genere si concilierebbe col vento che spira. Adesso poi che le Sorelle d’Italia Federica, Sofia, Arianna, Lisa stanno bagnando il naso ai Fratelli nel medagliere olimpico. L’idea che “le donne ci salveranno” è molto antica. La illustrò Aristofane col suo teatro dell’assurdo: in Lisistrata le signore intraprendono lo sciopero del sesso per porre fine con l’astinenza alla disastrosa guerra tra Atene e Sparta. Chi non fa pace non fa l’amore. Nell’oggi reale ruppe gli argini papa Francesco nominando prefetto della Chiesa non un cardinale, ma una suora infermiera e missionaria. Bisogna pensare per tempo a quando non ci saranno più preti. Dopo le carabiniere e le astronaute avanza in ogni dove il potere delle figlie di Eva. In politica, ramo Europa repubblicana, non ci solo la Thatcher, che non era femminista, e la Merkel, distante dalla sinistra. L’Italia nel suo piccolo inaugurò la rivoluzione con Nilde Iotti (comunista) e Tina Anselmi (democristiana) e da qualche anno c’è una Giorgia conservatrice a Palazzo Chigi e una Elly progressista leader delle opposizioni. Lontano per ora il modello del teatro greco: la pace qui non quaglia. Però la collezione donna si sta allargando vistosamente e manca il botto di una femmina al Colle. In questo scenario dovrebbe essere normale fabbricare sindache, ma restringendo il campo si dilata il pregiudizio: ne parlo per poi sparlarne. Si dimentica che una madre di nome Maria è venerata in tutti gli angoli del mondo, anche i musulmani la considerano, e una regina scomparsa a Londra ha riempito le lacrime di milioni di volti, subito scettici, ora meno, per il ritorno sul trono di un maschio. Abbassiamo l’asticella e chiudiamola lì con l’enfasi spesso civettuola. Andate negli ospedali, nei tribunali, nelle scuole, troverete truppe di donne al comando. Gentili, pragmatiche, a volte streghe. Vale anche per gli uomini: leoni, carismatici, a volte cretini di talento. Facciamoci coraggio: nel 1946, dopo la prima volta del voto anche femminile, le sindache furono dodici, elettrici ed elette. La più giovane in Calabria, tante cattoliche, una esule antifascista, un’altra scrittrice e docente di francese. Sentivano il problema del lavoro che mancava, avevano fatto volontariato religioso e laico, fondavano cooperative, studiavano gli archivi. Una nelle Marche promosse il rilancio della lavorazione della paglia, due in Sardegna cercarono di favorire lo sviluppo economico creando associazioni legate alla pastorizia. Tutte interpretavano sentimenti e ideali della nuova Italia, trovando risposte a tante esigenze con le poche risorse disponibili. Erano altri tempi? Sì, quelli che mai avremmo pensato di dover rimpiangere.