Social delle mie brame
- Gianni Spartà
- 07/02/2026
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Influencer e politica
E se i sindaci che verranno, parlandone in generale, si rivelassero il frutto di moderne combine tra social e politica, quella che c’è? Se alla voce acchiappavoti, Facebook e Instagram contassero più dei vecchi partiti, quelli che non ci sono più? Stupirsene no, farsi qualche domanda, sì. Alla finestra del web si affacciano di continuo predicatori e manovratori, svelti narcisi e buoni samaritani, movimentisti e tiratori scelti. Pochi dicono perché lo fanno, i più non lo dicono e mostrano la contabilità dei followers. I quali si dividono i tre categorie: gli indifferenti, gli apoti, i credenti. Apoti: quelli che non se la bevono. Credenti: quelli folgorati da un’apparizione. In proprio o per conto terzi, i costruttori di consenso ci sono sempre stati. Arrivavano a organizzare trasporti di gitanti verso il luogo di un comizio, spese pagate. Personaggi romantici, al netto di scivoloni. Prima degli influencer i mezzi di persuasione erano pranzi, feste, forniture di spaghetti. Si è guadagnata un posto nella storia del dopoguerra la scarpa di Achille Lauro, re della municipalità a Napoli: ne regalava una prima del voto, l’altra a urne chiuse. Pagava di tasca propria. Poi abbiamo avuto il capitolo oscuro dei voti acquistati con soldi pubblici su mercati anche criminali. Per dire che i social invasivi rappresentano il minore dei mali. E forse nemmeno questo: bisogna essere ipocriti per negare che ormai ci siamo dentro tutti fino al collo. I social sono locomotive che trascinano vagoni. Chi vuole salirci, avanti c’è posto. Il macchinista non è un delinquente, caso mai un intraprendente, qualcuno che vuole spiegare qualcosa, sottolineare quello che non funziona, lodare un sindaco oppure buttarlo giù dalla torre, cambiare rotta se cambia il vento. Quali sono i pro? Parlare a supposte moltitudini, connettersi in diretta con i cittadini, eliminare barriere. Tutto gratis h 24. Velocità e visibilità gli effetti immediati. Si producono gruppi, chiunque può farsi pulpito, sognando un trono. La pluralità di voci può diventare coro senza appartenere a un partito. Apprezzabile una percepita trasparenza, in caso contrario per l’utente è un attimo cambiare canale. Quali sono i rischi? I social premiano ciò che è emotivo, subitaneo, polarizzante. I social non richiedono competenze e virtù. Ma questo vale anche per leader politici coerenti nella loro incoerenza e sconfessati da interviste di ieri che dicono l’esatto contrario di quelle di oggi. I social insomma possono essere usati in modo responsabile, ma di default non lo sono. La loro natura è colpire l’immaginario con la verità del momento. Ora ci sono due massime di Giulio Andreotti entrate nel sentire collettivo: a pensare male si fa peccato, ma si azzecca; il potere logora chi non ce l’ha. A volte lo illividisce proprio. Un potere non ce l’ha e desidera averlo chi usa i social creando dipendenze. Pensando ai sindaci che verranno, prevedere esplosioni di liste civiche più potenti che in passato è inevitabile. Le metteranno insieme i sindaci uscenti, magari sfruttando proprio le popolarità fabbricate sui social. Se ne inventeranno i candidati entranti con modalità non diverse. I partiti lasceranno correre, statene certi. Se ci fate caso non attaccano mai prima, al contrario coccolano, vezzeggiano, si prestano. Al momento opportuno se vedono che dietro il fumogeno si nasconde l’arrosto, cioè voti, passano al sodo promettendo se non poltrone strapuntini. Tutto sta a capire la reazione dell’influencer influenzato o influenzabile. Che cosa ne uscirà? Idee forti, migliorie effettive, argomenti utili a costruire alleanze non divisioni? La risposta è sì, ma mi rifaccia la domanda. E’ una celebre battuta di Woody Allen.