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Il fuoco degli ottuagenari

  • Gianni Spartà
  • 16/01/2026
  • 0

Olimpiadi Milano Cortina

Quando Aldo Ossola prima, Toto Bulgheroni poco dopo, hanno preso in mano la fiaccola di Olimpia, nel mio cervello è scattata una molla che ha generato suggestioni a catena. Guarda quei due gloriosi ottuagenari: hanno giocato per la Ignis, che in latino significa fuoco, e oggi tornano nelle strade di Varese per onorare la quintessenza dei Giochi di Milano-Cortina, il ghiaccio che fece la fortuna del loro patron Giovanni Borghi, re dei frigoriferi. Se non una nemesi, è una capriola della storia. Ne ho ragionato con un testimone di quell’epoca, il coscritto Attilio Fontana, e ho capito che se si era impappinato mentre lo intervistavano in una diretta televisiva nel palazzetto di via Abani, beh la sua commozione non era di facciata. Era vera per uno che da trent’anni cavalca i microfoni con la leggerezza di un fantino. E d’altra parte l’eccezionalità dell’evento vissuto il 14 gennaio, alla vigilia di un altro fuoco, quello di Sant’Antonio della Motta, è scritta in migliaia di immagini postate sui social artificiali, ma soprattutto nella memoria naturale delle moltitudini scese in piazza con temperature prossime allo zero. Non era mai accaduto, che si ricordi, d’essere sfiorati da un’olimpiade invernale. Sicuramente mai un fatto di risonanza mondiale era entrato in Lombardia dalla porta di Varese, per poi proseguire verso il Veneto. Si può escludere che Maria Teresa d’Austria, un tempo signora del profondo Nord italiano, avesse sponsorizzato olimpiadi. Altra coincidenza: nello stesso giorno i turchi di Beko annunciavano che non chiuderanno lo stabilimento di Cassinetta di Biandronno, culla della ex Ignis. C’entra poco con Milano-Cortina, ma è un buon auspicio.Poi, davanti allo stupore per l’immane partecipazione di popolo al passaggio della fiaccola potremmo chiederci se davvero conosciamo la “fredda” Varese e le capacità del suo popolo di scaldarsi all’inverosimile. Piero Chiara, narrava nelle sue novelle che calore ce n’era abbastanza, che il tratto caratteristico della riservatezza esplodeva, a volte incontrollato, non solo per l’attaccamento ai danè. Diceva che se qualcuno avesse incontrato Einstein in piazza Monte Grappa avrebbe finto di non riconoscerlo e questo per attitudine a prudenza o paura di intercettare fatti altrui. Ma ciò non significava indolenza, indifferenza men che meno provinciale chiusura. Quanta gente che parlava in inglese, tedesco e spagnolo mentre 139 tedofori fendevano la folla diretti ai Giardini Estensi tappezzati di teste, giacconi, passeggini, cellulari e occhi lucidi. E quanta emozione per l’incarico di infilare la fiaccola nel braciere affidato a Daniela Colonna Preti, presidente dei nostri atleti paralimpici. Di nuovo la domanda: ci conosciamo tutti, ma abbiamo affidabile percezione di che cosa bolle davvero in fondo alla pentola della varesinità? Che suona male, lo so, e infatti dovremmo eliminare la parola dal vocabolario. Varese ha lo sport nel sangue da almeno un secolo. La passione agonistica è passata di padre in figlio perché il primo vincitore del Giro d’Italia è nato a Induno Olona, Luigi Ganna, perché il “cannibale” Alftredo Binda era di Cittiglio, perché Anastasi, Gigi Riva, Bob Morse, Dino Meneghin, Manuel Raga, Dodo Rusconi eccetera eccetera. Solo nostalgia canaglia? No vocazione territoriale da non disperdere nei vivai giovanili, nelle palestre, tra gli istruttori. Un giorno di non molti anni fa, gli australiani misero in dito su un mappamondo e scelsero il lago di Gavirate, che non è quello di Chicago, come sede permanente della loro nazionale di canottaggio. Vennero con un pacco di dollari, videro, si costruirono da soli un villaggio olimpico frequentato anche da campioni da altri sport. Ci sarà un motivo. 

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Toto Bulgheroni Attilio Fontana Aldo Ossola Ignis Beko

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