Il sorpasso a Sanremo
- Gianni Spartà
- 21/02/2025
- 0
Tempo cannibale
Il tempo è cannibale. Non fa sconti a noi boomers, ma nemmeno ai millenians. Cinque serate televisive con tredici milioni di spettatori e Achille Lauro si ritrova vecchio, Giorgia più di lui, come quando il reuccio Claudio Villa fu battuto da un ragazzo che amava I Beatles e i Rolling Stones, Gianni Morandi. Era la Canzonissima 1970, conduttori le Kessler, Vianello e Dorelli. Improvvisamente dalla semi oscurità è spuntato Olly, 23 anni, generazione Alpha successiva alla Zeta di Lucio Corsi che canta, suona l’armonica, il piano, la chitarra e si prende Topo Gigio come partner: critici, cronisti e sociologi beffati in un attimo da chi s’informa e s’ afferma solo sui social, specchio delle loro brame. A me è venuto in mente il film Il Sorpasso, capolavoro della commedia all’italiana: ci sta tutto il paragone tra cinema e canzoni, tra Dino Risi e Sanremo. La massa travolge gli individui, il televoto mette all’angolo il pensiero comune, la storia è questa: si va a letto sicuri delle proprie nozioni, il mattino dopo ci si sveglia superati o dinosauri perché nel frattempo è cambiato il cambiamento. Dagli anni ’70 a oggi abbiamo assistito a numerosi sorpassi, molti illusori, finiti male come capita nel film a Gassman e soprattutto a Trintignant. Però la metafora del festival dei fiori serve a ragionare sulle nuove generazioni. Le accreditiamo di tanti difetti, anche di non sapere più scrivere in italiano con una penna, in certi casi nemmeno col computer, dobbiamo riconoscergli rilevanza, addirittura sopravvento, sicuramente capacità di correre veloci. Poi tutto è relativo: la scena madre del Sorpasso è quella del vecchio contadino che accetta un passaggio sulla fuoriserie di Bruno tenendosi sulle ginocchia un paniere di uova. A un certo punto esclama: “Ma che? Ssta machina non corre?”Dunque i giovanissimi, i pronipoti di Villa e Morandi. Forse è tempo di osservarli con meno superficialità, di ammettere che con le loro pistole tecnologiche, quando ci si mettono, possono sorprendere, pur usando come il vincitore di Sanremo un sentimento che sa di passato: la balorda nostalgia. Che cosa sottovalutiamo di loro, che hanno più chances e meno traguardi? Lasciando perdere le devianze, ci sono sempre state, forse meno diffuse, prendiamo a modello ragazzi educati e tolleranti: dove s’infratta il piglio del coraggio, non solo la sorgente del disagio? Pare che la cartina al tornasole debba essere per forza la crescita, cioè il pil dove quella “p” è l’iniziale obbligata di “prodotto” non di “piacere”: ebbene che cosa vediamo e che cosa ci sfugge dell’arte di galleggiare, a volte di primeggiare nei nostri eredi? E che cosa ci insegna un successo da palcoscenico deciso fuori dal ring quale dettava legge la cricca dei discografici e oggi pesano i cuoricini sul video di una scatoletta illuminata? Forse ci insegna che se Gigliola Cinquetti “non aveva l’età per amarti”, i coetanei di Olly e Lucio ce l’hanno per mettere i paletti: sul lavoro chiedono che la competenza venga pagata, pretendono dignità, rifiutano la dequalificazione. Se la posta in palio sono 1000-1300 euro mensili per nove ore di lavoro al giorno, i figli parcheggiati a casa dei nonni, vanno dal principale e si licenziano. Tra la Fornero che definiva i giovani “choosy”, cioè troppo esigenti, e i cinesi che li sferzano: toglietevi la giacca e imparate a stringere bulloni, ci deve essere una via di mezzo. C’è questa via e la trovate in un report di Almalaurea che segnala il fenomeno dei “laureati a perdere”, cioè dei neo-dottori che si trasferiscono in Spagna, in Germania, nel Regno Unito, persino in Svezia non solo per retribuzioni superiori almeno di un terzo, anche per più opportunità di carriera, per la possibilità di specializzazioni avanzate, per maggiori garanzie sul giudizio di merito. Infine per un fattore che le nuove generazioni considerano fondamentale: la flessibilità lavorativa quindi una migliore qualità della vita. Ce n’è una sola. Poi uno su mille ce la fa. A vincere Sanremo.