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Il Papa aspettava Moro vivo

  • Gianni Spartà
  • 19/03/2021
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Il rilascio in Vaticano

La mezza confidenza privata di don Pasquale Macchi, una ventina d’anni fa, la conferma pubblica di padre Carlo Cremona, il telecronista dei Papi, che in un suo libro scrive: “La mattina del 9 maggio in Vaticano attendevamo una telefonata che doveva annunciare l’imminente arrivo di Aldo Moro libero, proprio lì nel luogo dal quale era partita la preghiera del pontefice agli  uomini delle Brigate Rosse”. Siamo a 43 anni dai 55 giorni più bui della storia delle Repubblica e sappiano come andò: il presidente della Democristiana cristiana fu ucciso, la telefonata giunse all’Ansa per farne ritrovare il cadavere sdraiato nel baule di una R4: il segno che l’ala giustizialista dei sequestratori aveva avuto il sopravvento su quella morbida del rilascio. Forse in cambio del pagamento di un riscatto per il quale Paolo VI, attraverso il suo segretario particolare e il capo dei cappellani delle carceri, si era mosso per tempo.  Ora di questa rivelazione si trova traccia anche nelle memorie di Giuseppe Zamberletti. Egli era stato incaricato dall’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga di esplorare la pista della trattativa segreta per salvare Moro. Chi la percorresse, rappresenta una verità rimasta opaca. Che ci fu un abboccamento è cosa certa, dopo quasi mezzo secolo, a dispetto della ragion di stato con la quale il governo d’allora spiegava di non poter cedere a ricatti di terroristi. Storici e biografi in tutto questo tempo hanno indagato, ricostruito, confermato, smentito. L’ombra dei Servizi segreti, non solo italiani, soprattutto americani, balza all’occhio qua e là: di mezzo c’era l’ipotesi del compromesso storico con i comunisti, di cui Moro e Berlinguer, due galantuomini, erano gli ideatori. E che questo sbocco fosse guardato con sospetto dai difensori del patto atlantico è comprensibile. Non era solo Zamberletti in quei giorni drammatici. Al suo fianco aveva il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco che un anno dopo sarebbe stato trucidato dalle BR. Del fatto che sentisse puzza di bruciato intorno a sé è prova un particolare inquietante: egli disse al parlamentare di procurarsi una pistola, scioccandolo, anzi lo accompagnò ad acquistarla in un’armeria del centro di Roma. In quelle ore nella prigione di Moro i falchi sapevano che avrebbero sconfitto le colombe e che il gran democristiano, dopo quasi due mesi di processo davanti al tribunale del  popolo, sarebbe stato ammazzato. Non ha precedenti nella storia della Chiesa, un Papa che si affaccia alla finestra del suo studio all’Angelus e rende partecipi ai fedeli le apprensioni per l’amico sequestrato nel vile attacco di via Fani costato la vita agli agenti della scorta. Mai un successore di Pietro si era discostato dalla preghiera per inginocchiarsi davanti al mistero del male, per guardarlo in faccia, per implorare degli assassini. Giovanni Paolo II lo fece anni dopo incontrando colui che aveva tentato di eliminarlo in piazza San Pietro: ascoltò sotto il tiro dei fotografi la sua confessione, gli diede la benedizione e lo perdonò. Paolo VI ebbe in sorte di accompagnare la solitudine nella quale sprofondò Aldo Moro dopo il sequestro, abbandonato dalla politica italiana, non dal sovrano di un altro Stato che osò superare le barriere del suo magistero, scrivendo ai brigatisti, rispondendo con la forza dell’uomo ferito, ai loro proclami di morte. E’ tenerissima la scena del Papa che compila in bella scrittura il testo della  famosa lettera alle Brigate Rosse facendosela dettare dal suo segretario Pasquale Macchi, unico, privilegiato testimone di quel che accade nelle stanze pontificie durante la prigionia di Moro. Erano le 2 e 45 della notte del 21 aprile del 1978: imbarazzato e preoccupato, Macchi sillabava le parole che Paolo VI traduceva in caratteri sulla missiva da recapitare ai carcerieri. Il segretario a un certo puntò supplicò: “Santità, lasci perdere, vada a dormire, ci penseremo domani”. L’invito fu rifiutato puntigliosamente e a un certo punto - racconta Macchi in uno dei suoi diari finiti nel dossier della causa di beatificazione di Montini, oggi santo- “vidi quella mano stanca sempre più vicina al capo del Papa che reclinava sul foglio”

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