Leghisti per contagio
- Gianni Spartà
- 10/04/2026
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L’impossibile ritorno al futuro
Chi ha avuto in sorte di fare il cronista negli anni ’90 a Varese poteva diventare leghista per contaminazione o contagio. Bossi, Maroni, Leoni, Speroni, Giorgetti, poi Fassa, Fontana, Ferrario, Reguzzoni, tutti qui in un fazzoletto di terra a interpretare la rivoluzione della politica in piazza col megafono e degli uomini-sandwich ai caselli dell’autostrada. Maroni si prestava al ruolo del finto capro espiatorio: Umberto sparava la fucilata, Bobo si scansava e la rosa di pallini colpiva l’avversario vero. Lega partito di destra? “Con i fascisti mai”, urlava Bossi. Piuttosto con i comunisti perché al Senatur piacevano gli operai. Li vedeva andare in fabbrica la mattina nella sua Cassano Magnago e diceva che quella gente con la tuta blu meritava considerazione. Poi le cose andarono diversamente a Fiuggi dove il Movimento Sociale si tolse di dosso la polvere del passato e nacque Alleanza nazionale. Il mazziere Berlusconi diede le carte: alla Lega il Nord, al nuovo partito di Gianfranco Fini il Sud e nacque il Polo delle libertà che tenne banco per parecchi anni con tante variazioni tranne una: nei territori che interessavano a Bossi, Forza Italia accettava di non infastidire il conducente. Serve rivangare questo passato remotissimo? Serve, alla luce della parabola dei voti perduti che Marco Reguzzoni ha raccontato in una intervista alla Prealpina toccando tasti dolenti. Già: i troppi voti leghisti evaporati, il federalismo non coltivato, il partito mai nato degli imprenditori del Nord che si sono sentiti traditi, la bussola di Salvini oggi puntata a Sud dove il Ponte sullo Stretto è già dato per morto un’altra volta. Nei giorni scorsi il segretario era a Messina per parlarne. Non l’hanno nemmeno contestato. L’hanno ignorato. E dunque che ne è della Lega qui, nella sua culla? Quante volte può cambiare pelle il partito più longevo della Seconda Repubblica? Quali possibilità ci sono di puntare di nuovo su valori come il regionalismo, l’autonomia, la cultura dei territori? Non è più tempo di cartoni animati ideologici, ma di persone credibili, non solo per la Lega. La quale, in quanto “contagiosa”, sapeva ragionare e non aveva difficoltà a colloquiare con personaggi impensabili. Bossi e Craxi potevano sembrare due mondi a parte ma il leader del Garofano non si tirava indietro quando il Senatur, a modo suo, prospettava uno Stato federalista. L’idea era buona nell’Italia che all’epoca dei Comuni deve ancora il meglio della sua storia. Quando nel 2017 Maroni per la Lombardia e Zaia per il Veneto chiamarono al voto i loro elettori per un referendum consultivo sulla possibilità di ampliare le attribuzioni di ulteriori forme di autonomia regionale la risposta fu generosa, altissima affluenza e vittoria del Sì. Nessuno si fece male, allora, e le indicazioni della gente furono inequivocabili. Proibitivo per la Lega oggi in cerca di autore ripartire da quel tipo di politica? Dipende dalla forza del partito e dalla stoffa dei suoi uomini. In ogni caso una verifica utile, da proporre a chi non ne fa più una questione di Nord e di Sud, ma guarda a un Paese che dopo il fiasco sulla divisione delle carriere dei giudici chiede serietà ai suoi governanti. C’è un episodio che la dice lunga sulla capacità di andare oltre gli steccati. Risale al 1996 quando il primo borgomastro d’Italia Raimondo Fassa rinunciò a ricandidarsi alla guida della municipalità di Varese. Giorni neri per Marco Reguzzoni, allora segretario provinciale del Carroccio. Dura trovare sostituti in poco tempo. Ruppe gli indugi Giuseppe Leoni, evidentemente d’accordo con Bossi, andando a bussare alla porta del gran democristiano Giuseppe Zamberletti. “Peppino, candidati tu, la Lega ti dà i suoi voti”. Quello non seppe tradire imbarazzo ma anche compiacimento (lo ricorda nella sua biografia). Era ormai un parlamentare fuori dai giochi della politica, non accettò. Però il colpo di reni di Leoni diede un segnale. Messa alle strette la Lega sapeva pensare in grande. Ciò di cui si sente bisogno con l’aria che tira.