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Il grande illusionista

  • Gianni Spartà
  • 20/03/2026
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La morte di Umberto Bossi

Questa volta è vero. Bossi se n’è andato e ha scelto un momento teatrale, la vigilia di un referendum che spacca l’Italia. Teatrale d’altra parte è stata tutta la sua vita e c’è già una certezza: sui libri di storia dei nostri nipoti di lui si parlerà sicuramente, degli altri suoi contemporanei e seguenti, al massimo qualche nota di collegamento a fondo pagina. Il Senatur ha riempito di sé la leggenda della Seconda Repubblica e la morte lo coglie quando ormai era un re senza regno, sopraffatto dalla malattia, travolto dagli scandali familiari, rinnegato tradito da coloro di cui è stato uno speciale benefattore. Erano rospi e lui li ha trasformati in principi, nessuno sapeva chi fossero e grazie alla Lega, quella originale, sono diventati ministri, parlamentari, sottosegretari, uomini potenti alla Rai. Il vecchio leone aveva smesso di ruggire da tempo. Inutile difendere un partito che non era più il suo, perdita di tempo contrapporsi a Salvini di cui anni fa aveva detto papale papale : “Quello è un co....ne” . Al Senatur non si perdonano tanti errori. Perse l’occasione di costruire un vero partito dei produttori del Nord e di quanti lavorano nelle loro fabbriche. Cacciò dalla sua corte uomini di pensiero che potevano tradurre in riforme le sue mirabolanti intuizioni. Aveva trovato un professore, Gianfranco Miglio che liquidò definendolo “scoreggia nello spazio” e ai suoi piedi, accanto a macchiette con le barbe verdi e le corna da vichinghi, c’erano larghe fette della borghesia lombarda e veneta. Se non avesse peccato di egocentrismo sarebbe diventato il capo di un movimento autenticamente federalista e – per quei tempi- coraggiosamente europeista. Nulla a che vedere con la deriva sovranista e destrorsa di Salvini. Il Carroccio è il partito più longevo della Seconda Repubblica. Quando Grillo, venendo vent’anni dopo il guerriero di Gemonio, tentò di imitarne fiuto e furbizia, non inventava nulla, si iscriveva a una scuola aperta da tempo. Agli italiani il tribuno sanguigno è sempre piaciuto. Ho un ricordo personale: l’ex numero primo sorpreso a fumare un sigaro tutto solo al tavolino di un caffè di provincia. Era il 2017, aveva ancora la scorta e si lasciò andare a una confidenza: “Bene ha fatto il mio amico Silvio a tenere i figli lontano dalla politica”. Il personaggio non si era mai illuso di una rivincita (il tempo della vita è tiranno), tanto meno di una vendetta (non guidava più l’esercito di una volta). Tanti leader in questi anni: tutti costruiti a fatica e bruciati in un amen o dalle inchieste dei giudici o dall’iconoclastia fratricida. Ma seppur investito da processi e lotte interne, il Senatur non è uscito dall’immaginario collettivo. Anche quando gli davano dell’illusionista, migliaia di elettori erano disposti a lasciarsi affascinare dai suoi cartoni animati. Ed erano industriali, professionisti, artigiani, commercianti, operai che avevano stracciato la tessera della Cgil. Era gente talmente nauseata dall’andazzo della corruzione e dell’affarismo di partito, che mandava giù anche gli spropositi bertoldeschi di un eccentrico. I suoi comizi iniziavano con cavalcate rivoluzionarie nella steppa e finivano con passeggiate romantiche sulle rive del dio Po. Mettete dei fiori nei vostri cannoni: ricordate la canzone dei Giganti? E tuttavia, nel primo periodo, i servizi segreti seguirono con apprensione il personaggio che voleva spaccare lo Stato. L’unico che ne rideva, perché nascostamente attratto dalle idee confusamente secessioniste di Umberto, era il sardo Francesco Cossiga. Addio Umberto. Grazi a lui, il papà, e a Maroni, la mamma della Lega Nord, per un ventennio Varese è stata l’ombelico della politica nazionale.

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