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Lidia, non poteva che finire così

  • Gianni Spartà
  • 27/07/2019
  • 0

La giustizia degli uomini è fallace, a volte sfortunata. Ma nel caso dell´omicidio di Lidia Macchi - un ergastolo indiziario che si trasforma in assoluzione piena, la parata trionfale di periti di tutte le branche della criminologia che si rivela un flop, la beffa di un processo trasferito a Milano, da Varese, e che proprio a Milano si chiude con la liberazione di colui che Varese aveva condannato -, beh tutto ciò carica la vicenda giudiziaria di significati non trascurabili. Partiamo da quelli umani: Stefano Binda si è fatto tre anni e mezzo di carcere non dovuto. Vai a capire perché a trentadue anni dal delitto, quando non poteva inquinare più nessuna prova, gli sia stato negato ostinatamente di attendere il verdetto a piede libero? Cambiamo fronte: la famiglia Macchi. Nel 1987 a un padre e a una madre dissero che l´assassino di Lidia era un prete. Fu il primo abbaglio doloroso di una storia giudiziaria nata male e finita peggio. Poi nessuno mosse più un dito per 27 anni, nemmeno per scagionare il sacerdote che rimase presunto innocente. Infine lo choc del 2016: è stato Stefano Binda, un compagno di liceo di Lidia. L´ha violentata e uccisa, ventinove coltellate, e con una lettera delirante ha firmato il delitto. Ma Binda, definito intellettuale dannato dal gip che lo arrestò, da qualche giorno prende il caffè al bar del suo paese, rispettato da chi non l´ha mai creduto un mostro. Per i familiari di Lidia è un altro colpo duro. Succede, è successo, succederà che un uomo entri da assassino in un tribunale e ne esca vergine da ogni colpa. Succede, è successo, succederà anche il contrario in omaggio alla regola dei tre gradi di giudizio per giungere alla migliore delle conclusioni possibili. Il fatto è che nel caso di Lidia Macchi di possibile non rimaneva più nulla quando Binda fu incarcerato. Il processo era ormai azzoppato. Anche da guerre interne: toghe contro toghe. Incredibile ma vera la distruzione dei vetrini sui quali poteva essere rimasto il Dna dell´accoltellatore. Inutile scomodare il meglio delle scienza, persino un archeologo forense, quando non ci sono più reperti sui quali effettuare indagini. Azzardato tentare di riprocurarseli svegliando dal sonno eterno i resti di Lidia, sepolti da 30 anni. Che dolore atroce per un mamma dire sì alla riesumazione! Spettacolare, infine, l´idea di mobilitare l´esercito per rivoltare un parco cittadino alla ricerca dell´ arma del delitto sulla base del racconto di una testimone: Stefano si era recato in quel parco con un pacchetto pochi giorni dopo il delitto. Non s´è trovato nessun coltello naturalmente. Morale: il processo di primo grado, suggellato da un ergastolo, ha ruotato attorno a una perizia calligrafica su una lettera attribuita a Binda, come quando non c´erano i Ris, ma i vecchi marescialli della Mobile. Con buona pace del colossale dispiego di scienziati che non è servito, purtroppo, ma che bene s´è fatto a mobilitare. Quando si riapre un caso giudiziario, non freddo, ma morto da 27 anni, quando una Procura generale avoca a sé un processo, il magistrato che lo eredita si prepara ad affrontare la sfida investigativa con quanto di più sofisticato esiste, altrimenti è meglio che lasci perdere. Senonché a Varese si erano convinti ci fosse sufficiente materiale indiziario per condannare Binda: atto di indubbio coraggio a sei lustri dai fatti. A Milano, la corte d´appello non se l´è sentita di infliggere il fine pena mai a un uomo di 50 anni senza il sigillo di una prova certa, non suscettibile di interpretazioni contrastanti. Doveva finire così, ammesso che la Cassazione non ordini di rinnovare l´istruttoria dibattimentale. Non poteva che finire così per un delitto uscito, da tempo, dalla cronaca ed entrato nella storia. "Le vie del Signore sono infinite", disse Carmen Manfredda, allora procuratore generale, ribattendo con l´ottimismo della volontà al pessimismo della ragione di chi parlava di "verità impossibile" sulla morte di Lidia. Sono passato quattro anni. L´impressione del mistero insondabile o ben protetto ormai è profonda. Amen.

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